100 sedie in una notte

100 sedie in una notte

100 Sedie in una notte
100 Sedie in una notte
Non ricordo se è stato durante i cinque giorni del primo Mattatoio o alla fine dello stesso…

né mi sovviene chi mi comunicò quella richiesta, così incoerente e lontana dal mio lavoro, ma questo accadde a Milano nel settembre del 1988. Un gallerista ed un artista, entrambi di chiara fama, avevano visitato ed apprezzato la mostra ed anche il luogo d’olocausto che l’accoglieva: orrida macelleria che aveva fatto dell’incuria, dell’abbandono e dei graffiti di coloro che l’avevano frequentata, il proprio fascino. Seguivo l’arte con interesse così come amavo il cinema, la letteratura e quant’altro perseguisse la bellezza come fine primario ed imprescindibile… ma non con l’attenzione che riservavo all’architettura ed al design (termine che utilizzo per convenzione ma che detesto, per quanto sia possibile indisporsi per una parola). L’intenzione – o meglio, l’azzardo – del gallerista, era propormi un lavoro d’arte, intento all’apparenza poco saggio e forse inconsapevole di quanto “la funzione” di quello che disegnavo era la discriminante che separava il mio impegno di progettista da quella di qualsivoglia artista, libero – per obbligo e necessità – da ogni rappresentazione, da vincoli o costrizioni di sorta. Certo, anch’io fuggivo mode, ismi, tendenze e quant’altro di manierista e databile… e non solo, perché perseguivo – restandone spesso vittima – esperienze ed accadimenti fuori dal comune e poco raccomandabili, ma sempre e comunque “l’utilizzo” era la costante imprescindibile. D’altronde, sono o non sono un architetto? Rifiutai quella proposta per la quale, tra l’altro, provavo scarso interesse e soprattutto non ne percepivo l’urgenza: condizioni indispensabili per alimentare le prerogative di un impeccabile intento. Il gallerista non si perse d’animo e continuò ad insistere, a tal punto che cedetti ed accettai di incontrarlo. Uomo non certo comune, colto e dalla grande esperienza, mi accolse con cortese attenzione nella sua galleria. Il dialogo fu interessante e piacevole – così come le tagliatelle ed il lambrusco di competenza – e quel personaggio particolare, dalle indubbie capacità dialettiche ed affabulatorie, con disarmante facilità mi convinse a valutare con più attenzione e disponibilità la sua proposta. Ecco allora che sortendo dai bastioni merlettati del suo castello vista mare, il mio angelo custode – ateo e generoso come sempre – mi offrì, sotto la forma lirica di un sonetto, le parole affilate dei suoi versi taglienti. “Ma egli ruppe la scorza del dolore in pezzi e ne distese alte le mani, come per trattenere il dio fuggente. Anni chiedeva, solo un anno ancora di giovinezza, mesi, pochi giorni, ah, non giorni, ma notti, una soltanto, solo una notte, questa notte: questa”. Nello specifico si tratta di un uomo, di un giovane sposo, che nel giorno del matrimonio riceve la visita del suo implacabile Dio. Costui lo avverte, con inopportuno e spietato cinismo, che la sua ora è ormai giunta, la sua storia è finita. Sconcerto e stupore si mutano allora in supplica e prece, disperata ed inutile istanza. … e se un giorno qualsiasi, per caso o destino, un capriccio bizzarro del Dio dell’estetica m’avesse imposto e concesso un’ultima notte per dar fondo ed esaurire le mie velleità d’architetto… intimandomi inoltre che dal giorno seguente avrei dovuto destinare il resto del mio tempo a ciò che di norma s’intende per arte? Come avrei impiegato quelle ore di proroga e quale progetto avrebbe soddisfatto quello scampolo d’ambizione professionale e allo stesso tempo esaudito la vessazione del Dio impertinente? Dopo anni d’esperienza posso garantire che l’intenzione più ostica che si possa perseguire nei settori di mia competenza – mi riferisco all’architettura ed al design – è, senza alcun dubbio, disegnare una sedia. Può sembrare sciocco e banale perché tutti, in realtà, ne sono capaci, perfino i bambini… ma pensarne una che riesca ad imprimere sul foglio e nella mente il segno indelebile di una forma inedita, è difficile, molto difficile… e questa è una verità assoluta. Proposi allora al Dio-gallerista che, conformandomi alla situazione dello sposo descritta nel sonetto – anche se a costui non fu concessa alcuna deroga – avrei disegnato, in quell’ultima notte d’architetto, 100 sedie. Sapevo di poter disporre di quella componente progettuale oscura, indefinibile e d’ignota provenienza, che sempre mi è stata riconosciuta e che permetteva ai miei lavori di localizzarsi in bilico, in precario equilibrio tra arte e design. Tale facoltà, lontana da ogni raziocinio progettuale, autonoma e quindi difficile da gestire, incontrollabile e di conseguenza a volte debordante ed altre sterile, mi era ben nota, così come ero consapevole del mio ruolo di semplice intermediario. Tre condizioni estetiche condizionavano questo meccanismo astratto: il risultato doveva essere duro, semplice e chiaro; ed ancora più inderogabile era la predisposizione del mio intento che prevedeva nell’ordine: una totale consapevolezza, un’attenzione assoluta ed un’attesa infinita: questa era la regola. Era evidente che nello specifico ciò che attentava il buon esito del proposito era il terzo presupposto, requisito che poteva rendere vano l’azzardo. È andata bene.

[continua]

Non ricordo se è stato durante i cinque giorni del primo Mattatoio o alla fine dello stesso…

né mi sovviene chi mi comunicò quella richiesta, così incoerente e lontana dal mio lavoro, ma questo accadde a Milano nel settembre del 1988. Un gallerista ed un artista, entrambi di chiara fama, avevano visitato ed apprezzato la mostra ed anche il luogo d’olocausto che l’accoglieva: orrida macelleria che aveva fatto dell’incuria, dell’abbandono e dei graffiti di coloro che l’avevano frequentata, il proprio fascino. Seguivo l’arte con interesse così come amavo il cinema, la letteratura e quant’altro perseguisse la bellezza come fine primario ed imprescindibile… ma non con l’attenzione che riservavo all’architettura ed al design (termine che utilizzo per convenzione ma che detesto, per quanto sia possibile indisporsi per una parola). L’intenzione – o meglio, l’azzardo – del gallerista, era propormi un lavoro d’arte, intento all’apparenza poco saggio e forse inconsapevole di quanto “la funzione” di quello che disegnavo era la discriminante che separava il mio impegno di progettista da quella di qualsivoglia artista, libero – per obbligo e necessità – da ogni rappresentazione, da vincoli o costrizioni di sorta. Certo, anch’io fuggivo mode, ismi, tendenze e quant’altro di manierista e databile… e non solo, perché perseguivo – restandone spesso vittima – esperienze ed accadimenti fuori dal comune e poco raccomandabili, ma sempre e comunque “l’utilizzo” era la costante imprescindibile. D’altronde, sono o non sono un architetto? Rifiutai quella proposta per la quale, tra l’altro, provavo scarso interesse e soprattutto non ne percepivo l’urgenza: condizioni indispensabili per alimentare le prerogative di un impeccabile intento. Il gallerista non si perse d’animo e continuò ad insistere, a tal punto che cedetti ed accettai di incontrarlo. Uomo non certo comune, colto e dalla grande esperienza, mi accolse con cortese attenzione nella sua galleria. Il dialogo fu interessante e piacevole – così come le tagliatelle ed il lambrusco di competenza – e quel personaggio particolare, dalle indubbie capacità dialettiche ed affabulatorie, con disarmante facilità mi convinse a valutare con più attenzione e disponibilità la sua proposta. Ecco allora che sortendo dai bastioni merlettati del suo castello vista mare, il mio angelo custode – ateo e generoso come sempre – mi offrì, sotto la forma lirica di un sonetto, le parole affilate dei suoi versi taglienti. “Ma egli ruppe la scorza del dolore in pezzi e ne distese alte le mani, come per trattenere il dio fuggente. Anni chiedeva, solo un anno ancora di giovinezza, mesi, pochi giorni, ah, non giorni, ma notti, una soltanto, solo una notte, questa notte: questa”. Nello specifico si tratta di un uomo, di un giovane sposo, che nel giorno del matrimonio riceve la visita del suo implacabile Dio. Costui lo avverte, con inopportuno e spietato cinismo, che la sua ora è ormai giunta, la sua storia è finita. Sconcerto e stupore si mutano allora in supplica e prece, disperata ed inutile istanza. … e se un giorno qualsiasi, per caso o destino, un capriccio bizzarro del Dio dell’estetica m’avesse imposto e concesso un’ultima notte per dar fondo ed esaurire le mie velleità d’architetto… intimandomi inoltre che dal giorno seguente avrei dovuto destinare il resto del mio tempo a ciò che di norma s’intende per arte? Come avrei impiegato quelle ore di proroga e quale progetto avrebbe soddisfatto quello scampolo d’ambizione professionale e allo stesso tempo esaudito la vessazione del Dio impertinente? Dopo anni d’esperienza posso garantire che l’intenzione più ostica che si possa perseguire nei settori di mia competenza – mi riferisco all’architettura ed al design – è, senza alcun dubbio, disegnare una sedia. Può sembrare sciocco e banale perché tutti, in realtà, ne sono capaci, perfino i bambini… ma pensarne una che riesca ad imprimere sul foglio e nella mente il segno indelebile di una forma inedita, è difficile, molto difficile… e questa è una verità assoluta. Proposi allora al Dio-gallerista che, conformandomi alla situazione dello sposo descritta nel sonetto – anche se a costui non fu concessa alcuna deroga – avrei disegnato, in quell’ultima notte d’architetto, 100 sedie. Sapevo di poter disporre di quella componente progettuale oscura, indefinibile e d’ignota provenienza, che sempre mi è stata riconosciuta e che permetteva ai miei lavori di localizzarsi in bilico, in precario equilibrio tra arte e design. Tale facoltà, lontana da ogni raziocinio progettuale, autonoma e quindi difficile da gestire, incontrollabile e di conseguenza a volte debordante ed altre sterile, mi era ben nota, così come ero consapevole del mio ruolo di semplice intermediario. Tre condizioni estetiche condizionavano questo meccanismo astratto: il risultato doveva essere duro, semplice e chiaro; ed ancora più inderogabile era la predisposizione del mio intento che prevedeva nell’ordine: una totale consapevolezza, un’attenzione assoluta ed un’attesa infinita: questa era la regola. Era evidente che nello specifico ciò che attentava il buon esito del proposito era il terzo presupposto, requisito che poteva rendere vano l’azzardo. È andata bene.

[continua]

Catalogo 100 Sedie
Galleria Mazzoli Modena 1990
Galleria Mazzoli Modena 1990
Galleria Klouser Monaco di Baviera 1990
Galleria Klouser Monaco di Baviera 1990
100 sedie in una notte